Prima costruzione della Chiesa S. Maria del Rosario

                                                                                         

Verso la fine del 1800, la popolazione di Vejano era cresciuta consistentemente.

Nel 1880, il paese contava 1153 abitanti.

L’allora Vescovo di Viterbo mons. Giovanni Battista Paolucci ed il parroco Arciprete Don Camillo Rovella, considerato che la vecchia Chiesa parrocchiale, sita in P.za S. Maria, non era più sufficiente, di comune accordo, stabilirono d’ingrandirla, oppure di farne una nuova.

Il Vescovo, per questo scopo inviò l’ing. Calandrelli di Viterbo per redigere un progetto.

Si pensò, in un primo momento, d’ampliare quella esistente, creando due nuove navate laterali, demolendo, a sinistra la casa canonica, a destra parte di quella abitata dalle suore.

Tale progetto è conservato nell’archivio vescovile.

L’idea fu abbandonata per sopravvenute gravi difficoltà tecniche ed anche perché la Chiesa, benché allargata, risultava ancora piccola per la continua crescita della popolazione.

Si escogitò, allora, di farne una nuova, caldeggiata dallo stesso Arcivescovo Giovan Battista Paolucci e dai suoi successori mons. Eugenio Clari e mons. Antonio Maria Grasselli.

Ma dove trovare i fondi necessari?

Un primo contributo poteva venire da alcune cappellanie, rimaste per un certo tempo vacanti, i cui redditi erano stati accantonati dalla famiglia Altieri.

La richiesta, in tal senso, fu fatta alla casa principesca agli inizi di Agosto del 1887.

Secondo il conteggio redatto dal principe Paolo e, quindi riconosciuto, essa doveva versare lire 7821,05, a cui bisognava aggiungere gli arretrati, in altre parole, lire 1378,26, più gli interessi del 5 per cento, su quest’ultima cifra.

La trattativa, purtroppo, si concluse soltanto nel 1936 nonostante le ripetute richieste fatte dagli Arcipreti di Vejano e dalla Curia Vescovile.

La casa Altieri, pur riconoscendo l’onere, tramite i suoi ministri, ora si rifiutava, ora traccheggiava.

Non potendo, pertanto, contare sulle somme sopra elencate, il 10 Settembre 1907 fu costituito un comitato provvisorio, allo scopo di trovare fondi, composto di soli sacerdoti vejanesi nelle persone di:

 

1)      Don Camillo  Arciprete  Rovella che promise lire 400

2)      Don Giuseppe Cecchini                “        “        lire 200

3)      Don Francesco canonico Pietrini  “       “         lire 500

4)      Don Bernardino Montebovi         “       “          lire 100

5)      Don Giovanni Romagnoli            “       “          lire 150

6)      Padre Domenico De Cesaris del SS.

Sacramento, carmelitano scalzo che promise    lire  50

 

Il comitato fu approvato dall’Arcivescovo Grasselli in data 24 Ottobre 1907.

In un secondo momento e precisamente nel mese di Gennaio del 1908, venne eletto il comitato promotore, che si radunò, per la prima volta, il 30 dello stesso mese.

Vi facevano parte:

 

1)      Don Camillo Arciprete Rovella

2)      Don Emilio Franchetti Cappellano

3)      Francesco Canonico Pietrini, Vice-rettore del Seminario Vescovile di Viterbo

4)      Don Giuseppe Cecchini Cappellano

5)      Don Bernardino Montebovi Cappellano

6)      Don Giovanni Romagnoli ed in sua assenza Padre Francesco

7)      Costanzo cav. Remoli

8)      Giovanni Moltoni, segretario comunale

9)      Filippo Cavicchioni

10)  Baldinetti Francesco

11)  Ravoni Giuseppe

12)  Ranieri Paolo

13)  Fiori Biagio

14)  D’Ubaldo Giovanni

15)  Giorgetti Domenico

 

In quella seduta si stabilì d’incaricare il Card. Bernardino Cavicchioni di trovare un ingegnere e di mandarlo a Vejano per studiarne la topografia del paese, onde poter posizionare la nuova Chiesa.

Il Cardinale fece sapere, tramite Don Giovanni Romagnoli, che, il 3 Marzo 1908, avrebbe inviato l’ing. Ettore Genuini, per studiare l’ubicazione e redigere il progetto.

L’ingegnere, invece, arrivò alla Stazione ferroviaria di Oriolo Romano il giorno 8 Marzo e fu condotto in loco con  “il legnetto del sig. Giorgetti”.

In quell’occasione, propose di costruire la nuova Chiesa nella Piazza XX Settembre, dalla parte nord (detta botteguccia), secondo il desiderio del Cardinale

Il 15 Giugno, mandò, come progetto di massima, la pianta e diverse fotografie.

Il 12 Settembre, il comitato, però, lo incaricava  di convincere il porporato a cambiare idea, poiché la popolazione non gradiva la costruzione nel punto indicato, anche perché era ritenuto troppo angusto.

Il 19 Settembre si chiedeva al Comune la concessione di una congrua area nella tenuta “Impresa”, per edificarvi, oltre alla Chiesa, la casa canonica, una piazza antistante al sacro edificio, uno spazio per “la ricreazione festiva dei bambini” e per un eventuale fabbricato d’adibire ad Asilo infantile.

Il Comune dichiarava di non poter dare una risposta scritta perché ancora non erano chiari i diritti di proprietà, pur essendo i consiglieri tutti favorevoli.

Ci si rivolse, allora, anche alla Casa Altieri, portandola a conoscenza che il Comune era d’accordo alla concessione e che occorrevano circa 1000 mq.

Il 18 Gennaio 1909 la medesima domanda fu fatta all’Università Agraria.

Nel frattempo l’ing. Ettore Genuini aveva redatto un progetto di queste dimensioni: m. 38,80 di lunghezza (compresi il portale ed il pronao), m.  18,64 di larghezza.

Vi erano inoltre inclusi due corpi laterali ognuno dei quali misurava m. 13,00 per m. 5,00.

Il computo preventivo della spesa era di lire 105.275,09. 

 

Progetto dell’ing. Ettore Genuini

 

Il 2 Aprile 1909, con lettera, la Casa Altieri dichiarava che la proprietà era del Comune e dell’Università Agraria, gravata però da un canone enfiteutico, perciò concedeva il terreno solo per quanto riguardava l’interesse dei direttari.

 

Posa della prima pietra (documento originale)  2 ottobre 1909.

 

Il 24 Maggio 1910, furono portate a termine le fondamenta ad eccezione di quelle del campanile.

Per continuare l’opera, si pensò di dare i lavori in appalto, a licitazione privata, non ritenendo capaci i muratori del posto.

S’interpellarono un certo Angelo Fiorucci di Viterbo, che voleva 15 lire al metro quadrato, poi Francesco Perugini di Vallerano, uno di Oriolo Romano, Enrico Schiavetti di Roma e per ultimo l’impresario Coccia di Viterbo.

La costruzione rimase, però, sospesa per oltre 15 anni, anche per effetto della prima guerra mondiale.

Il 6 Settembre 1925 fu costituito un nuovo comitato, con l’intento di portare a termine l’edificazione.

Esso era composto dalle seguenti persone:

 

1)      Arciprete Don Ubaldo Ponzianelli

2)      Don Giuseppe Cecchini

3)      Don Bernardino Montebovi

4)      Romagnoli Silvestro

5)      Remoli Francesco

6)      Giorgetti Domenico

7)      Sterpa Augusto

8)      Travaglini Francesco

9)      Pietrini Luigi

10)  Pietrini Giustino

11)  Salfa Domenico

12)  Di Giuseppe Biagio

13)  Cristofari Vincenzo

 

Fanno parte di questo Comitato, benché non residenti in Vejano, anche:

1)      Mons. Romagnoli Giovan Battista

2)      Pietrini Canonico Francesco

3)      Don Ernesto Giorgetti

4)      Don Giovanni Di Biagio

5)      Salvatore cav. Caly

 

Nella prima seduta, alla presenza di mons. Vescovo Emidio Trenta, si decise di dare l’incarico a Don Enzo Di Napoli Rampolla, Principe di Resuttano, per fare un nuovo disegno più modesto nelle forme architettoniche e nella spesa.

I lavori ripresero ai primi di Gennaio 1934 sotto la direzione del Principe che nel frattempo aveva elaborato “generosamente e gratuitamente” il ridotto progetto, con il relativo prolungamento.

Per l’occasione, si tenne una solenne cerimonia nel pomeriggio del 4 Marzo 1934.

Don Egisto Fatiganti di Bagnaia tenne un discorso di circostanza alla presenza di tutti i muratori del paese, a capo dei quali c’erano Cecconi Augusto e Natoni Urbano.

 

Chiesa in costruzione su progetto di Don Enzo Di Napoli Rampolla

 

In seguito, i fratelli Ricci di Viterbo presero in appalto i lavori.

Il 5 Settembre 1935 furono smontate le campane dal campanile dalla Chiesa S. Maria Assunta e posizionate nella nuova.

Il 7 Settembre, poterono suonare, per la prima volta, a martello.

Il 2 Ottobre, verso le ore 8, 30 venne in Vejano mons. Emidio Trenta, Vescovo diocesano, per consacrare la Chiesa, accolto dalle autorità civili e militari, tra cui il Preside della provincia, progettista e responsabile dell’esecuzione dei lavori.

Don Giovanni Romagnoli vi celebrò la prima “S. Messa letta”.

Subito dopo, mons. Vescovo impartì la Cresima ad un centinaio di bambini.

Alla sera dello stesso giorno l’immagine della Madonna del Rosario fu trasportata nella Chiesa a lei dedicata.

Parteciparono alla cerimonia, tutti i Sacerdoti d’origine vejanese, alcuni venuti appositamente da Viterbo e quelli dei paesi circonvicini.

Finalmente dopo tanti anni (28), s’era realizzato un sogno condiviso da tutta la popolazione, il cui impegno era stato veramente straordinario, con una collaborazione unanime.

La documentazione di questo sforzo collettivo è certificato dall’archivio parrocchiale.

Nella nuova Chiesa, il primo Battesimo fu conferito il 6 Novembre 1935 dal Sac. Bernardino Montebovi al neonato Mezzacarne Francesco di Biagio e di Allegrucci Anna.

Dopo soltanto 9 anni e precisamente il 5 Giugno 1944, verso le ore 11, un distruttivo bombardamento anglo-americano la radeva completamente al suolo.

Quel triste giorno, una formazione di 18 aerei scaricò un centinaio di bombe sul paese.

Quattro di esse colpirono in pieno la Chiesa ed altre caddero sul portale.

In un istante, furono annullati tutti gli sforzi ed i sacrifici del clero locale e della popolazione, che gratuitamente, per anni, aveva offerto il proprio lavoro manuale.

 

 

                  Ricostruzione della Chiesa S. Maria del Rosario.

 

La nuova Chiesa, sempre dedicata alla Madonna del Rosario, è stata ricostruita, nel dopo guerra, a totale carico dello Stato, in tre lotti successivi.

Il collaudo dell’ultimo è avvenuto il 9 Marzo 1954.

Il parroco, Don Ubaldo Ponzianelli, prima ancora che terminavano i lavori, segnalava al Genio Civile di Viterbo vari e seri inconvenienti di costruzione, con lettere raccomandate che portano la data del 13 Marzo, 14 Aprile e 27 Ottobre 1953, alle quali l’ing. Capo rispondeva testualmente: “Considerato che fra breve la costruzione sarà sottoposta a regolare collaudo faccio presente che degli inconvenienti segnalati dalla S.V. sarà debitamente informato il sig. Collaudatore”.

Il sig. Collaudatore non tenne presente un bel niente.

Il parroco, allora, invitato con lettera autografa, a firmare come testimone il collaudo dell’ultimo lotto, rifiutava di farlo, rinviando il documento, in bianco, al mittente.

Nello stesso tempo continuava con assiduità ammirevole a segnalare i medesimi guai con raccomandate che portano le date del 2 Dicembre 1954, 19 Gennaio 1955, 3 Maggio e 25 Ottobre 1956, 7 Novembre 1959 e 22 Luglio 1961.

Finalmente il Genio Civile nel 1964 si decideva a restaurare il campanile, che crollava di schianto la notte del 26 Dicembre dello stesso anno, mentre si stavano eseguendo i lavori di rafforzamento, travolgendo le impalcature e lesionando gravemente gli archi che sovrastano l’abside.

Per vero miracolo fu evitata una tragedia che non commosse nessuno.

Il 5 Settembre 1965, prendeva possesso della parrocchia di Vejano il Sac. Felice Wlderk, il quale, vista la situazione precaria di tutto il complesso parrocchiale, faceva redigere da un esperto geometra, consulente del tribunale di Viterbo, una relazione dalla quale risultava che la casa canonica era gravemente lesionata, che le macerie del campanile erano ancora addossate alle mura perimetrali della Chiesa e che dal tetto penetrava acqua da ogni parte.

Dopo aver fatto sgombrare le macerie che portavano umidità a tutto il sacro edificio, con il solo aiuto della popolazione, mutava completamente il manto di copertura (1.062 mq), sostituendo le tegole romane con altre, perché l’eccessiva pendenza le faceva facilmente scorrere.

Durante lo svolgimento dei lavori, si accorgeva che l’abside era gravemente danneggiata in più parti, specialmente l’arco trionfale, che presentava un grande squarcio nel concio di chiave, staccato, una trentina di centimetri, dalla sovrastante muratura e lesionato alle spalle.

In data 10 Dicembre 1965, chiedeva con urgenza un sopralluogo del Genio Civile, che consigliava, a voce, di porre delle zeppe di ferro e che vi si colasse del cemento liquido.

Il suggerimento fu eseguito immediatamente.

Nel frattempo, l’ingegnere Capo promise di iniziare una pratica di restauro.

In seguito alla scossa tellurica del 2 Luglio 1969, sollecitava un nuovo intervento, avvenuto il 13 Agosto, perché la situazione si era ulteriormente aggravata.

Il 2 Dicembre 1972, il Sindaco di Vejano trasmetteva il seguente fonogramma: “Segnalasi pericolosità Chiesa, casa canonica ed annessi fabbricati: chiedesi sopralluogo Genio Civile”.

Vi furono tre sopralluoghi: uno da parte dei Vigili del Fuoco, inviati dalla Prefettura e due da parte del genio Civile.

Il Genio Civile domandava un pronto intervento di 7 milioni alle OO.PP. per il Lazio, confermato da una lettera del Provveditore, datata 6 Marzo 1973.

Il 5 Luglio, lo stesso Provveditore faceva sapere d’aver autorizzato il Genio Civile a trasmettere una perizia per un importo di spesa di 20 milioni, per lavori di riparazione e di tre milioni, per l’arredamento della Chiesa, distrutto dall’evento bellico.

Queste commoventi iniziative, che hanno suscitato un’infinità di speranze, sono risultate, in seguito, pietose bugie, o meglio, spudorate promesse marinaresche.

Il 1 Dicembre 1975, visto che alcune biffe di vetro si erano allentate o rotte, il parroco faceva inviare un nuovo fonogramma tramite il Comune

Siccome il Genio Civile tardava a venire indirizzava una lettera raccomandata al Sindaco, al Prefetto, al Genio Civile ed al Vescovo, in cui declinava ogni responsabilità.

Il 15 dello stesso mese, il tecnico comunale affermava, nella sua relazione, che le lesioni si erano ulteriormente aggravate, perciò “si poteva dedurre che le murature sono soggette a continuo movimento”.

Il Sacerdote chiedeva, pertanto, un ennesimo intervento del Genio Civile, il quale pressato anche dal Prefetto, eseguiva ben quattro sopralluoghi, alla fine dei quali ordinava di isolare il transetto e parte della chiesa all’altezza dell’ultimo pilastro.

Ciò faceva, inviando un fonogramma al Comune di Vejano, alla Regione Lazio e per conoscenza alla Prefettura.

Il Prefetto, lo stesso giorno, con fonogramma, sollecitava il Genio Civile a precisare se, in caso di sinistro, era possibile lo sfollamento dei fedeli.

In data 24 Gennaio 1976, il Genio Civile rispondeva in modo pazzesco: “Ci sono porte sufficienti per l’evacuamento”.

In caso di crollo, infatti, tutto l’edificio sarebbe stato coinvolto e perciò le porte (due) non sarebbero servite a nulla.

Il 25 Agosto 1977, il parroco notava che anche il campanile, costruito di recente, nel suonare le campane, oscillava in modo pericoloso e quindi avvertiva, per l’ennesima volta, il Genio Civile e l’Ufficio delle Nuove Chiese.

Il 27, il solito Organo di Stato inviava un qualificato funzionario che riconosceva la pericolosità, senza, peraltro, lasciare niente di scritto.

Il 13 Settembre veniva chiesto un nuovo sopralluogo, effettuato il 16 dello stesso mese, con tre architetti.

Il 30 Settembre, finalmente, il Genio Civile riconosceva per iscritto la pericolosità del nuovo campanile.

Ordinava di evitare il suono delle campane, di apporre delle spie sul basamento ed al Comune d’interdire il transito ai mezzi pesanti nella strada adiacente.

Grossolani errori di progettazione e d’esecuzione sono stati riscontrati da tutti i tecnici che lo hanno esaminato.

Lo zoccolo di calce struzzo, infatti, non è collegato con i pilastri, che formano la struttura dell’edificio, ma soltanto appoggiati su di esso.

Le lesioni orizzontali, prodotte dall’oscillare delle campane, evidenziano il punto in cui le due compagini sono incollate.

Le tamponature in blocchetti rischiano di precipitare, perché mal si accordano con la struttura elastica dei pilastri.

Le scale interne di ferro, saldate ed appoggiate ai ripiani, sempre per il movimento, si sono distaccate.

Il tetto con la gronda, facente corpo unico con i pilastri, inoltre, pesa più dei piedi, perciò c’è un reale pericolo di rovesciamento.  

 

Ancora oggi, il campanile si trova in questa situazione.

 

Nessuno è stato capace d’individuare i responsabili, nonostante che il Genio Civile di Viterbo sia stato progettista e appaltatore, ne abbia curata l’esecuzione, eseguito il collaudo ed, infine, lo abbia dichiarato pericolante.

Il 20 Ottobre il parroco inviava alla Procura della Repubblica di Viterbo un esposto, firmato da 828 cittadini, su 9 carte bollate.

Con esso chiedeva l’accertamento d’eventuali responsabilità.

Il 31 Ottobre si presentavano per un controllo un ispettore ed un ingegnere del Provveditorato alle OO.PP. Per il Lazio, l’ing. Capo ed un altro funzionario del Genio Civile di Viterbo.

Il 7 Gennaio 1978, il giornale “Il Tempo” denunciava la situazione  del complesso parrocchiale di Vejano.

Il 18 Gennaio 1978 il Consiglio pastorale, appena costituito, scriveva una lettera al Procuratore della Repubblica per sollecitarlo a fare qualcosa ed il 1 Febbraio,  Don Felice, era convocato dallo stesso Procuratore, insieme all’ingegnere Capo del Genio Civile  e al rappresentante del provveditorato alle OO.PP. per il Lazio.

In quell’occasione gli fu fatta la proposta di non dare seguito all’esposto delle 828 firme, in alternativa del restauro della vecchia Chiesa parrocchiale, sita in P.za S. Maria, perché “rivestiva carattere storico ed artistico”.

Il 16 Febbraio, venivano a Vejano 5 funzionari del Provveditorato, tra cui lo stesso Provveditore, il quale, a voce, affermava che la questione era di difficile soluzione, sia dal punto di vista tecnico che giuridico.

Riconosceva, comunque, che tutto il complesso era stato costruito in modo disastroso.

Il 28 Giugno, il Prefetto esortava il parroco a denunciare tutte le persone e le istituzioni coinvolte, poiché anche lui deluso dal loro irresponsabile comportamento.

Il 18 Settembre il parroco tornava dal Procuratore della Repubblica, che dichiarava d’aver fatto tutto ciò che doveva e poteva, suggerendogli d’intentare una causa civile, patrocinata da un avvocato, specializzato in Diritto Amministrativo.

Lo stesso giorno, il Vescovo insisteva per un prefabbricato che sarebbe stato messo a disposizione dal “I.A.C.P.”.

Anche questa soluzione di ripiego, però, si presentava di difficile attuazione, sia per l’area da mettere a disposizione, sia per l’elevato costo della messa in opera.

Il 18 Settembre, le spie dell’arco dell’ingresso di casa, si rompevano per cui l’arco stesso era divenuto pericoloso.

Il parroco, disperato, telefonava al Vescovo e gli comunicava che avrebbe lasciato Vejano.

La stessa cosa faceva con l’ingegnere Capo del genio Civile, il quale rispondeva che il problema non era più di sua competenza e, quindi, lo esortava a telefonare al funzionario addetto del Provveditorato, fornendo questo numero telefonico: 06/4975428.

Visto che nessuno voleva assumersi le proprie responsabilità, scriveva una lettera raccomandata al Procuratore della Repubblica, al Sindaco, al Prefetto, al Vescovo, al Provveditore alle OO.PP. per il Lazio, alla Regione, al Genio Civile ai Vigili del Fuoco ed alla popolazione in cui chiedeva una precisa risposta sullo stato di pericolo del complesso parrocchiale.

Copia della lettera la riportava su un manifesto, affisso anche in Provincia.

Il 20 Settembre, il Sindaco, sollecitato da alcuni membri della Comunità parrocchiale, eseguiva un definitivo sopralluogo, accompagnato da un architetto, il quale riconosceva lo stato di precarietà dell'intero complesso.

“Il Tempo”, il 21 Settembre, proponeva all’attenzione dei lettori il testo della lettera e del manifesto.

Nel pomeriggio dello stesso giorno, il nuovo Prefetto della Provincia ed il comandante dei Vigili del Fuoco, dopo un’accurata visita, esortavano il sindaco a chiudere il complesso parrocchiale e a far evacuare la casa canonica.

Il 25 Settembre, il Sindaco emanava l’ordinanza d’inagibilità di tutto il complesso parrocchiale.

In seguito, il Capo di Gabinetto del Ministero dei Lavori Pubblici, sollecitato dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri ad aprire un’inchiesta  ( a cui il parroco si era rivolto come ultima spiaggia), scriveva che il Provveditorato alle OO.PP. per Lazio, aveva “fornito una relazione alla Procura della Repubblica”, dove tra l’altro, affermava:

Allo stato premesso, che il danno bellico è stato ristorato con gli interventi effettuati e considerate le cause tecniche, a parere del suddetto Provveditorato, hanno determinato le nuove lesioni, alla luce delle normative vigenti, non ha la possibilità di disporre alcun ulteriore intervento in favore della suddetta Chiesa.

Nel caso specifico, infatti, non sono applicabili le norme di cui alla legge2522/1952 e 168/1962 in materia di edilizia di culto in quanto esse riguardano la realizzazione di nuove opere e non il restauro di edifici già esistenti, né la disciplina di cui alla legge 292/1968 in quanto essa è riferita alle sole chiese monumentali con carattere di demanialità, né la normativa di cui al D.L. 12/4/1948 n. 1010, che è applicabile soltanto per il ripristino immediato di danni causati da calamità naturali ai fini della tempestiva salvaguardia dell’incolumità pubblica, né infine, le più recenti leggi emanate per la ricostruzione delle zone terremotate del Viterbese in quanto il Comune di Vejano non è incluso nell’area di operatività di tale leggi”.

 

Come si vede, tutti assolti con formula piena.

A noi Vejanesi non era rimasto che pregare per le nostre 62 due vittime, perite sotto il bombardamento, tenerci una Chiesa, una casa canonica ed un campanile dichiarati pericolanti nello spazio di soli 24 anni, senza che fosse sopravvenuta nessuna calamità naturale catastrofica, se non quella della burocrazia e del diritto, quando la legge non è uguale per tutti.

Ripeto, tutto il complesso è stato ricostruito, per danni di guerra, dal Genio Civile di Viterbo e dal Provveditorato alle OO.PP. per il Lazio, i quali lo hanno progettato, mandato in appalto e “regolarmente eseguito e collaudato” (a detta del sig. Provveditore) e poi, dagli stessi, dichiarato completamente pericolante.

Chi sa? Forse qualcuno, leggendo queste poche righe, vorrà divertirsi ad approfondire la questione, riuscendo, magari, a conseguire quello che noi, in tanti anni, abbiamo caparbiamente cercato e sperato, ma non ottenuto: GIUSTIZIA!

Il 23 Agosto 1986, in ogni caso, la sola Chiesa S. Maria del Rosario è stata riaperta al culto, dopo quasi 8 anni di sofferenze e di disagi, ristrutturata con le uniche forze dei fedeli Vejanesi.

La situazione di fatiscenza permane, però, per la casa canonica e per il campanile.

Quest’ultimo, soprattutto, passerà alla storia come monumento d’imbecillità, eretto a perpetua memoria dell’imperizia e dell’impunibilità di certi organismi statali, che usufruiscono di potenti protezioni politiche. 

 

 

 Chiesa S.Maria del Rosario  Santi  Via Crucis

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