Chiesa di S. Orsio

 

La Chiesa di S. Orsio si trova fuori del paese, sulla strada principale che conduceva al vecchio nucleo abitativo.

L’ingresso in Vejano avveniva, nel passato, attraverso due grandi porte, situate una a nord e l’altra a sud, detta “Porta di sotto”.

Venendo da Roma, i signori feudatari entravano da quest’ultima, per accedere al castello, loro abituale dimora.

Essa si trovava in fondo a via della Porta, parallela a via del Borgo, al di sotto di essa, ma al di sopra delle mura castellane, di cui rimangono pochissime vestigia, appena riconoscibili per la presenza di qualche raro residuo di  cornice in peperino, del tutto simile a quello che anella il castello.

L’accesso a via della Porta si trovava  in corrispondenza della curva a gomito dell’attuale via Claudia, nel punto in cui inizia la strada che porta al Santuario del Patrono.

La Chiesa di S. Orsio, costruita in suo onore, è stata edificata verso il 1500 dai Santacroce, e ristrutturata di recente dal Principe Francesco Di Napoli Rampolla, poiché si era resa completamente fatiscente.

Sono state, però, apportate delle modifiche strutturali consistenti alla sagrestia, al campanile ed all’altare.

Essa non riveste nessun pregio artistico, perché si tratta di un locale perfettamente rettangolare con qualche affresco votivo alle pareti, in parte ricoperti da intonaco, poiché il colore dei volti, con il tempo è divenuto scuro.

Ai piedi di quello meglio conservato si legge: “Caterina figlia di Galeotti Sanzonetti ha fatto dipingere questa per voto a M.V.B. nell’anno 1558 mese di Maggio”(la frase potrebbe contenere qualche lievissimo errore poiché la scrittura è stata resa non perfettamente leggibile dal tempo).

La parete di fondo della Chiesa è di stucco, di stile barocco, formato da due colonne, su cui si attorcigliano dei rami di rose, che sostengono una semplice trabeazione ed il frontone triangolare.   

Nei piedistalli sono riportate in rilievo lo stemma dei Borgia e degli Orsini

Con molta probabilità prima n’era stata edificata un’altra più modesta, una piccola cappella votiva, le cui fondamenta sono riscontrabili nel retro di quell’attuale, forse costruita dagli Orsini, i signori che lo elessero a protezione del feudo.

La ragione di questa scelta è motivata dal fatto che S. Orsio è un nobile cavaliere vissuto alla corte di Carlo Magno, divenuto, poi, re della Dalmazia.

Gli Orsini ed i Santacroce erano anche loro nobili cavalieri e uomini d’armi, proprio come S. Orsio.

La famiglia Orsini, ebbe inizio tra il XII ed il XIII secolo.

Capostipite di questo nobile casato viene considerato Orso Borbone, nipote di Papa Celestino III (1191-1198) e  i suoi discendenti venivano detti “filii Ursii” o “Ursini” figli di Orso o  di Orsio.

Questa supposizione è suffragata da un’altra logica considerazione.

Gli Altieri, ultimi feudatari di Vejano, subentrati agli Orsini, dopo la morte di Onofrio Santacroce, hanno portato come compatrono S. Emilio, la cui festa si celebrava il 28 di Maggio, poiché il principale personaggio della famiglia si chiamava Emilio, nome di battesimo di Papa Clemente X°.         

Lo stesso comportamento è stato tenuto da Giorgio Santacroce nel fondare Oriolo, a cui ha dato come protettore S. Giorgio, anche lui nobile cavaliere e uomo d’armi.

C’è un altro motivo, inoltre, che può far supporre che S. Orsio sia stato eletto protettore del feudo di Vejano dagli Orsini ed è quella di un loro importante rapporto con la Francia, che li ha certamente avvicinati a Carlo Magno ed al suo santo paladino.

Nella seconda metà del Duecento, infatti, le fortune del partito guelfo, segnarono il prevalere degli Orsini, tanto che riuscirono far eleggere un Papa della loro famiglia, Nicolò III (1277-1280), il quale fu eletto a Viterbo dopo circa sei mesi di conclave.

Pontefice di grande personalità, fu, però, considerato un nepotista.

In seguito, gli Orsini, in contrasto con i Colonna, favorirono l’elezione di Bonifacio VIII.

Questo episodio li spinse a passare dalla parte del re di Francia, fino a diventare tra i principali esponenti romani della corte pontificia nell’Esilio di Avignone (1305) , iniziato quasi subito dopo la morte di Bonifacio VIII.

La costruzione della Chiesa di Sant’Orsio è stata arricchita da varie leggende, raccontate con diverse sfumature, ordite dalla fantasia popolare, che ha sempre caratterizzato la vita di questo santo, veneratissimo in Vejano.

Ne do un accenno, così come sono ricordate da qualche simpatica vecchietta, avendole riesumate tra i ricordi della sua infanzia.

Alcuni affermano che la Chiesa attuale è stata voluta direttamente dal Santo Patrono perché le fondamenta, nella notte, si disponevano in modo diverso e che, inoltre, trovando difficoltà a collocare le travi del tetto, una mattina furono miracolosamente rinvenute al loro posto.

Più suggestivo è il racconto che afferma che il braccio del Santo sia arrivato a Vejano, portato da un vecchio ladro, dentro un sacco, il quale volendo impossessarsi dell’anello regale, ne ha strappato anche l’arto.  

Arrivato nella località, dove è stato poi costruito il Santuario, venne colpito da un raggio di sole particolare, mentre pioveva a dirotto , che ne illuminava, in modo straordinario, la sua persona, richiamando l’attenzione della gente.

In questa maniera si è venuto a scoprire il motivo di quel fenomeno.

Da quel giorno la reliquia è rimasta a Vejano e nel luogo dove il raggio di sole ha investito il viandante è stato edificato il Santuario.

La stessa vita di S.Orsio, però, è un misto di storia e di leggenda che n’aumenta il fascino.

Il suo nome è Orso o meglio Orsio, perché così veniva chiamato, nel passato, anche a Santorso nel Vicentino, dove si conservano i suoi resti mortali, in un bellissimo tempio, costruito circa undici secoli fa.

Noi, raccontando la sua vita, continueremo a chiamarlo Orsio.

Egli nacque in Francia da una nobile famiglia nell’anno 750 circa.

Un sant’uomo per alcuni, un indovino, per altri, profondo conoscitore degli influssi degli astri, predisse alla madre, quando era in tenerissima età, che da adulto, sarebbe divenuto parricida.

In giovane età fu avviato, com’era costume presso le famiglie aristocratiche di quel tempo, alla carriera di cavaliere.

Trascorse un lungo periodo alla corte di Carlo Magno, quando questi era divenuto re di Francia, alla morte di Pipino, nell’anno 768.

Nel tornare a casa trovava spesso la madre triste, memore della profezia.

Riuscì un giorno a saperne il motivo.

Partì, allora, per luoghi sconosciuti, con un compagno di nome Cliento, mosso soprattutto dal voler sfuggire alla triste predizione, ed anche perché era desideroso di conquistare gloria, attraverso avventure cavalleresche.

Arrivò in Dalmazia dove lui e l’amico furono accusati, da alcune persone che volevano accattivarsi la simpatia del re, di disprezzare la religione pagana, professata dalla popolazione di quel posto.

Il re, allora, inviò dei soldati per arrestarli, ma essi si difesero, dimostrando un coraggio ed una forza straordinaria che gli proveniva dalla fede e dall’aiuto di Dio, a cui ogni giorno si rivolgevano.

Il re volle conoscerli e pressato dalla figlia che era stata colpita dalla bellezza di Orsio, “il qual cominciava allora butar la prima barba” (Biscazza), li fece venire a corte.    

Volle conoscere la loro provenienza.

Ne stimò il valore, la modestia, l’umiltà e soprattutto l’entusiasmo nel parlare della religione cristiana, tanto che abbandonò l’idolatria, insieme a tutti gli abitanti del regno, abbracciando la religione di Orsio.

Gli dette, inoltre, in sposa la figlia, unica erede del regno.

Alla morte del suocero, pertanto, divenne re.

A testimoniare quest’affermazione ci sono: un’iscrizione sopra un suo avello nell’oratorio di San Dionisio, antiche pitture, documenti di visite pastorali e lo stesso inno in onore del Santo, cantato a Vejano.

Viene rappresentato, non di rado, con la corona reale, gettata ai piedi e con in mano il bastone fiorito al posto delle scettro ( Chiesa S. Maria Assunta di Vejano).

Il padre – continua la leggenda - al seguito dell’esercito di Carlo Magno, nonostante fosse a conoscenza della profezia, volle andarlo a trovare.

Orsio quel giorno era a caccia, per cui fu ricevuto con affetto e cortesia dalla giovane nuora, che lo mise a riposare nel suo letto, dopo averlo fatto rifocillare e lavare, coricandosi anche lei al suo fianco, insieme al bambino per evitare che piangesse.

Poco dopo tutti e tre si addormentarono.

Il demonio, sotto le spoglie di un servitore di Orsio, gli sussurrò in disparte, ad un orecchio, che un uomo forestiero giaceva nel suo letto insieme alla moglie.

Il re, frettolosamente rientrato dalla battuta di caccia, trovò il vecchio genitore, che riposava nel suo letto.

Preso  da cieco furore, sfoderò la spada ed uccise prima il padre, senza averlo riconosciuto, poi la moglie ed il figlio.

L’amico Cliento, subito dopo, andandogli incontro, pieno di gioia, gli annunciava la visita del padre.

Orsio, allora, prese coscienza del triplice delitto commesso.

Sfoderò, di nuovo, per disperazione la spada, ma questa volta per uccidersi.

Cliento prima glielo impedì con la forza e, poi, con parole dolci lo convinse a cederli l’arma.

Pentito, andò a Roma per chiedere l’assoluzione a Papa Adriano I° (772 – 795).

Il sommo Pontefice gli impose come penitenza di andare pellegrino fino al Santuario della Madonna del Monte Summano, senza mai domandare dove fosse situato, senza poter alzare gli occhi al cielo, non portando nulla con sé e vivendo d’elemosina.

Si dice che si recò in quasi tutti i santuari del tempo, tra cui Santiago di Compostela e perfino la terra Santa, con Gerusalemme ed il Monte Sinai, ai piedi del quale visitò il monastero di S. Caterina.

Il 3 Maggio, dopo 12 anni di pellegrinaggio, giunse finalmente ai piedi del monte Summano.

Nei pressi del monte udì dei pastori che dicevano: “ Presto andiamo a casa con gli armenti e con le pecore, perché il Summano ha messo il cappello. Fra poco, come sempre, pioverà”.

Capì, allora, di essere arrivato a destinazione e, quindi, di aver scontato il suo peccato.

Si gettò in ginocchio, ringraziando Dio che attraverso i pastori gli annunciava la fine delle sue sofferenze, come attraverso i pastori, aveva annunciato la nascita del suo Figlio.

S’incamminò verso il castello del paese, allora chiamato Salzena.

Incontrò, per strada, una ragazza a servizio della signora castellana di nome Oralda, a cui domandò aiuto.

La ragazza, visto lo stato pietoso del pellegrino, forse per timore e riservatezza, non si fermò a soccorrerlo.

Quando pentita ritornò su suoi passi, lo trovò morto, appoggiato ad una pietra, sfinito per gli stenti.

Era il 3 Maggio dell’anno 800.

Le campane, in quel momento, si misero a suonare spontaneamente a festa, mentre il bastone del suo pellegrinare fiorì, in quello stesso istante.

Carlo Magno, venuto a conoscenza del fatto, giunse a Santorso per portare via il corpo del santo cavaliere, ma non ci riuscì.

Se ne tornò, quindi, in Francia solo con un braccio ed il bastone fiorito.

Per questi eventi miracolosi, la sua santità venne immediatamente riconosciuta dal popolo, che lo ha sempre considerato un grande campione di penitenza.

Un documento attesta che la festa, nella parrocchia di Santorso, si celebrava fin dal 1172, con il concorso di tutti i paesi circonvicini.

In un atto di donazione, fatta da Rodolfo, Vescovo di Vicenza, ai Monaci di S. Felice e Fortunato, già nell’anno 975, il paese in cui morì il Santo era chiamato, in suo onore, Santorso: “Inter Scledum ( Schio) et Sacto Ursio curtem unam: A. 975”.

A Vejano la festa si celebra il 29 Gennaio e l’ultima Domenica di Agosto.

Questa seconda festa è stata istituita in data  relativamente recente per poter dar modo a tutti i Vejanesi, residenti ed immigrati, che durante le ferie ritornano in paese, di raccogliersi intorno alla figura del loro patrono per sentirsi maggiormente uniti.

Le manifestazioni festive si aprono alla vigilia con l’esposizione della reliquia, la celebrazione della Santa Messa e la benedizione della zuppa.

La zuppa non può essere considerata una sagra strettamente profana, di quelle che oggi nascono come funghi in ogni dove, sia per la sua antichissima istituzione, sia per la sacralità di cui è rivestita.

Essa viene benedetta dal parroco nella massima solennità e portata agli ammalati, poi, distribuita a tutti i presenti insieme al vino.

La sua origine, al momento, non è del tutto nota.

Alcuni pensano che nel periodo feudale i Signori, erano soliti dare un pranzo ai loro vassalli, che poi si è andato riducendo al solo pane e vino.

E’ molto più probabile supporre, invece, che la distribuzione gratuita, senza restrizione, di questi due elementi vitali sia stata celebrata, ininterrottamente, nella stessa maniera d’oggi.

Il vino ed il pane, infatti, sono stati sempre considerati segno di gioia, di serenità e di sicurezza.

Nella famiglia contadina, infatti, quando c’era il pane ed il vino, c’era tutto.

I più anziani ricordano con nostalgia il grande rispetto per il pane, di cui si aveva a cuore anche la posizione, ritenendo scorretto e dissacrante perfino il suo capovolgimento.

Non se ne buttava via nemmeno una briciola.

I tozzi avanzati erano utilizzati per farci “l’acqua cotta”, “i fagioli con il pane sotto”o “la così detta “panzanella”.

I resti più piccoli, invece, si bagnavano nel vino per essere masticati da nude gengive e da denti tremolanti.

Ed, allora, il miglior modo per festeggiare un protettore, cioè un “patrono”, era quello di ringraziarlo nell’allegria, con i mezzi più significativi e più popolari: un bicchiere di vino sincero ed un pezzo di pane inzuppato nello stesso.

La prima supposizione è da ritenere, pertanto, poco veritiera, sia per la scarsa generosità dei Signori feudatari nei confronti dei loro sudditi, ma, soprattutto, perché contrasta, con la sacralità della vigilia, a cui tutti una volta si attenevano scrupolosamente e che esigeva l’astinenza dalle carni, dalle uova e dal formaggio.

Visto, poi, la considerazione religiosa, che ha sempre avuto questo rito, non è sbagliato accostarlo al sacramento dell’Eucaristia, nutrimento dello spirito.

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